Il karate e gli adulti

Se, come abbiamo visto nei capitoli precedenti, bambini e ragazzi possono essere in un certo senso “accomunati” in relazione ai loro bisogni e necessità nel contesto di una pratica fisica, nel nostro caso il karate, gli stessi ragionamenti e principi non possono essere applicati nei praticanti adulti.

La persona adulta, solitamente, ha un carattere già formato dalle proprie esperienze di vita, non ha più bisogno di trovare nella figura dell’insegnante una guida o un modello a cui ispirarsi. Nella maggior parte dei casi non cerca nell’arte marziale un modo per relazionarsi con gli altri, o quantomeno non è solo quello il fine della sua pratica.

Sebbene con una persona di età adulta si pensi che l’approccio al karate possa essere più facile e diretto, solitamente si riscontrano maggiori difficoltà rispetto ai bambini e ai ragazzi, e questo proprio a causa della molteplicità e specificità delle ragioni che avvicinano un adulto alla pratica del karate.

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La persona adulta pratica karate per imparare a difendersi, ma anche per “stare in forma”, per migliorare la concentrazione e la consapevolezza di sé, ma anche per scaricare lo stress, per coltivare una grande passione ma anche per hobby.

Tutte queste motivazioni sono giuste e sacrosante, un buon insegnante non dovrebbe mai reprimere o addirittura “minimizzare” ciò che avvicina al karate un allievo anche se, come abbiamo analizzato in precedenza, il karate non è nato per essere un hobby finalizzato al mantenimento di una discreta forma fisica.

Nella nostra scuola, per ogni fascia d’età e per ogni livello, il concetto di stare bene con sé stessi e di provare gioia e soddisfazione nella pratica è di primaria importanza, ed è proprio per questo che l’insegnante, soprattutto con i “meno giovani”, cerca di capire le spinte motivazionali che inducono il praticante ad avvicinarsi al karate.

Passo dopo passo, lezione dopo lezione, e proprio attraverso i bisogni che l’allievo cerca di soddisfare attraverso la pratica di karate, l’insegnante accompagna l’individuo in un percorso mai forzato ma indirizzato verso il fine, fisico e “spirituale”, del karate tradizionale.

In questo modo anche una pratica senza particolari scopi, può diventare lentamente ma gradualmente uno studio costante del proprio corpo e della propria mente, stimolando processi fisici finalizzati ad avere una buona attività fisica e stimolando  processi mentali sempre più complessi tesi ad avere una maggiore consapevolezza di sé e delle proprie capacità.

Come esempio di tutto ciò, citiamo su tutte la celeberrima frase del Maestro Gichin Funakoshi: “Il karate è per tutta la vita”.

Ciò non vuol dire, ovviamente, una pratica vuota di contenuti e protratta solamente sotto l’aspetto di “allenamento fisico”, ma bensì intende indicare che il karate è principalmente uno studio che può durare un’intera vita.

Uno studio sì sulla tecnica e sui concetti della pratica, ma soprattutto uno studio su sé stessi, sul proprio io, sui propri limiti e sul proprio carattere. Proprio per questo, chi interpreta la pratica come un percorso, è chiamato a farlo per tutta la vita.

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